Per ogni dollaro di economia reale, ci sono quaranta dollari di finanza su finanza. Una patologia del sistema economico, dove pochi si arricchiscono a danno di moltissimi che s’impoveriscono. Eliminare la speculazione si può, ma occorre un accordo politico a livello globale.

“La speculazione è soltanto una parola che “copre” il fare soldi manipolando i prezzi, invece che producendo beni e servizi”. Sono parole di Henry Ford, vecchie di quasi un secolo, che centrano il cuore del problema.

E la speculazione è una manipolazione, una distorsione che toglie trasparenza ed equilibrio al sistema economico. Oggi invece non andiamo al cuore del problema, ma ci giriamo attorno.

La speculazione organizzata, sistematica, ubiquitaria e prepotente che oggi stiamo sperimentando, è un fenomeno storicamente assai recente, e una conseguenza della deregulation scriteriata dei mercati finanziari fatta agli inizi degli anni ’90.

Rappresenta un elemento perturbatore capace di generare veri e propri terremoti finanziari, che lasciano gli investitori seri (cioè noi) letteralmente tramortiti in un angolo a leccarsi le ferite. La conseguenza è la depressione economica che stiamo vivendo, in cui gli investimenti del capitale sono schizofrenicamente divisi in due. Da una parte la bisca che si assorbe tutto il capitale d’azzardo, dall’altra la povera economia reale letteralmente deprivata dei soldi necessari per fare le cose, innovare, creare lavoro.

Nel 2008 il PIL del mondo (vale a dire l’economia reale fatta di lavoro e cose concrete) ammontava a circa 60 trilioni di dollari. Nello stesso periodo la speculazione finanziaria fatta di derivati raggiungeva la cifra incredibile di 2.400 trilioni di dollari. Per ogni dollaro di economia reale, quaranta dollari di finanza su finanza: un gigantesco capitale d’azzardo puntato sulla vorticosa roulette finanziaria globale.

E se la eliminassimo questa benedetta (maledetta) speculazione? E chi l’ha detto che non si possa fare? Che succederebbe?

Incominciamo dalle banche. Certamente, le banche vedrebbero diminuire drasticamente il loro ROI. Ma così facendo, questo ROI tornerebbe semplicemente al suo valore fisiologico. Quello che le banche registravano quando facevano veramente le banche. E cioè, quando prestavano il denaro all’economia reale per lavorare, innovare, fare sviluppo. Banche di questo tipo diventerebbero immediatamente meno fragili rispetto a quelle attuali. Banche di questo tipo la smetterebbero di usare i nostri depositi per speculare sul prezzo del rame o sul valore dell’oro sui mercati internazionali, e tornerebbero invece a prestare i soldi ai nostri artigiani e piccoli imprenditori.

Quanto agli speculatori di professione, dovrebbero trovarsi un altro lavoro. Ma ricordiamoci che stiamo parlando del futuro professionale di alcune migliaia di persone (in media piuttosto ricche) che, con il loro magnifico (si fa per dire) lavoro, stanno impoverendo milioni di persone (ad esempio quando hanno fatto esponenzialmente aumentare i prezzi delle materie prime nella prima metà del 2011), o creando disoccupazione (perché, sottoponendo il sistema economico alle scommesse sui default dei debiti degli stati, nella seconda metà del 2011, hanno costretto gli stati a politiche draconiane e accelerate di rientro dei debiti pubblici, che porteranno l’Europa in recessione nel 2012).

Sacrifichiamo allora i posti di lavoro dei trader e dei gestori di hedge fund in nome di un sistema economico più stabile.

Passiamo a noi, all’economia reale. Che succederebbe? Beh, prima di tutto il denaro tornerebbe a essere disponibile per fare cose come aprire un castelletto finanziario, ottenere un fido per acquistare nuovi macchinari, finanziare l’avvio di attività imprenditoriali da parte dei giovani. Insomma, la smetteremmo di vivere la situazione paradossale in cui ci troviamo, dove tutte queste cose sono di fatto impossibili.

Per non dire poi che, se ci rechiamo presso la filiale della nostra banca per ritirare alcune migliaia di euro in contanti, ci sentiamo rispondere che occorre prenotare il denaro qualche giorno prima, per poterlo ritirare. E perché? Perché la nostra banca non ne dispone. Il denaro non è più nelle nostre filiali (dove l’abbiamo depositato!), affacciate sulle strade e vicino a chi produce, innova, lavora. Il denaro è lontano, lassù, in quella sorta d’iperspazio finanziario che, ogni tanto, fa precipitare un meteorite sulle nostre teste, danneggiando le nostre vite, quelle si reali, di tutti i giorni. Se abolissimo la speculazione, vietando l’uso scriteriato degli strumenti derivati che la rendono possibile con dimensioni e velocità mai conosciute prima nella storia economica, tutta questa bisca priva di senso finirebbe. E il capitale sarebbe di nuovo costretto a fare il suo sano, faticoso lavoro, che è quello di essere impiegato in modo parcellizzato per finanziarie le decine di migliaia d’iniziative produttive, imprenditoriali, professionali, che ogni giorno costruiscono realmente l’economia, sana, di un paese.

I famosi 40 dollari di speculazione finanziaria hanno bisogno del nostro dollaro per potersi innescare. E allora noi togliamoglielo da sotto i piedi. Ricordiamoci, che i prestatori di prima istanza della speculazione siamo noi, quando depositiamo i nostri risparmi in banca. Di conseguenza, dovremmo adottare la buona abitudine di richiedere alla nostra banca di illustrarci come impiega i depositi. E se notassimo che tra i suoi investimenti c’è della speculazione finanza su finanza allora, beh, potremmo sempre ritirare i nostri soldi e andare a depositarli presso un’altra banca. Diamo il nostro dollaro di lavoro vero a banche le quali lo prestino ad altri che, come noi, producono cose vere. In attesa che la politica internazionale, in perenne e ormai ingiustificato ritardo, faccia il proprio dovere, incominciamo a non dare più il nostro denaro, realizzato con il sudore della fronte, alla bisca. Pretendiamo, in una sorta di class-action dell’economia reale contro la speculazione finanziaria, che le banche certifichino lo 0% di partecipazione alla bisca. E’ una buona battaglia da combattere, per il nostro presente e per il nostro futuro.

di Davide Reina
FONTE: cadoinpiedi.it

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