Trust, ovvero in inglese fiducia. Fiducia intesa come coraggio. Coraggio inteso come non aver paura, esser curiosi di sperimentare una nuova esperienza, e da qui si arriva a vivere una brutta esperienza.

Un’esperienza dolorosa, sconvolgente: lo stupro.

Uno stupro senza violenza fisica, una violenza psicologica, ed è quindi in questo campo che si sviluppa il film. Chi cerca una ripresa del film con un’azione di Clive Owen resterà deluso, tutto si svolge esclusivamente sul piano psicologico.

Gli errori di un padre forse insicuro di se e per certi versi immaturo, ma è troppo facile giudicare da fuori. C’è chi approccia il problema con razionalità, chi è più impulsivo e alla fine tutto converge in una sola persona, la vittima, che cerca di far scomparire tutto in un solo istante, arrivando al suicidio.

Un padre che continua a chiudere le porte e a proteggersi dall’esterno quando poi invece regala cellulari e portatili (Apple rappresenta lo strumento del male, pubblicità occulta nel film) esponendo la figlia ad altri rischi non considerati precedentemente.

Un film del 2010 che sembra tratto da una storia vera ed attuale, quella di  Amanda Todd (ottobre 2012).

Ho estratto le due frasi che mi han fatto riflettere maggiormente (non direttamente connesse fra loro):

1. “Noi stiamo attraversando un brutto momento? Tu non sei stato violentato! Tu non sei lo zimbello di tutta la scuola! Io lo sono, io sono stata stuprata non tu! Niente sarà più lo stesso per me, dopo questa storia. Almeno potresti cercare di non farmelo notare ogni secondo?”

2. “Sono preoccupata per lei, non l’ho mai vista in questo stato. Questa storia l’ha distrutta” – “Le ha inviato una foto del suo uccello” – “Per favore smettila di guardare queste cose. Perché sei qui invece di stare di sopra con tua figlia o credi che trovare quell’uomo sia una soluzione per farla stare meglio, è questo quello che pensi? Voglio questo mostro fuori di casa mia (riferimento ai fascicoli contenenti le trascrizioni delle conversazioni tra la figlia e lo stupratore)! Nostra figlia finalmente si è addormentata. Si tratta diAnnie, la nostraAnnie, sta malissimo, ha bisogno di te, e tu stai qui, seduto, a non far niente!”

Il film sortisce nello spettatore un effetto paragonabile ad un pugno nello stomaco in un momento di meditazione. Una ragazza forte che vive con estrema razionalità anche le proprie emozioni, e che infine abbraccia il proprio padre, impulsivo, sofferente, smarrito in una realtà che difficilmente riesce a digerire.

C’è un intervento molto crudo, estremamente sincero, da parte dell’amico del padre: se tua figlia era consenziente, beh, allora non è gravissimo come vuoi farmi pensare. E’ andata bene tutto sommato. Ci sono casi “veri” di stupro in cui abusano di una ragazza violentemente, in modo disumano, senza che a lei piaccia. Se tua figlia voleva…beh allora…mi sembra meno grave.

Ed effettivamente questa è anche la percezione della vittima, Annie, che inizialmente, dopo l’atto sessuale, svolto anche con una certa dose di dolcezza, difende il suo stupratore, afferma di amarlo e spera intensamente di risentirlo. Si evidenzia inoltre quanto l’intervento dell FBI, della scuola, dei genitori siano determinanti nel processo di omologazione delle idee e quanto ciò crei sofferenza nella ragazza. Riecheggia dunque nella mente quella scena di tortura psicologica accompagnata dalla celebre frase di Victor Hugo, poi riportata al grande pubblico da George Orwell, in cui si afferma che 2+2=5.

Infine una conclusione ancora più cruda e reale, lo stupratore con suo figlio e sua moglie e gli amici di famiglia, in una giornata di sole, al parco, felici e spensierati, come se nulla fosse successo… ancora un altro, ennesimo, lucido pugno nello stomaco!

David Schwimmer e Clive Owen parlano del film

 
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